volume I 01 - Preghiera in Gennaio

02 - Marcia Nuziale

03 - Spiritual

04 - Si chiamava Gesù

05 - Barbara

06 - Via del Campo

07 - Caro amore/ La stagione del tuo amore

08 - Bocca di rosa

09 - La morte

10 - Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers

   
Note inserite nell'edizione del 1967:

Definire un cantante è sempre qualcosa di molto difficile ma lo diventa ancora di più quando questo cantante è Fabrizio De Andrè, un personaggio schivo, al quale male si addicono gli echi mondani, i clamori della prima pagina. Introverso, anche, proprio come ogni ligure che si rispetti, forse diffidente del primo contatto umano e tutto dedito sempre al suo "particulare". (che è, poi, scriversi delle canzoni e cantarle, non importa se in una sala di incisione, o fra le mura di casa sua, per un grande pubblico o per quattro amici.

Quello che interessa è cantare, per esprimersi, per conoscere, per trasmettere delle proprie impressioni. Tutto qui. Ogni altra definizione sarebbe aleatoria e arbitraria. E' vero che Fabrizio è stato classificato - e con qualche giustificazione reale - come "cantante intellettuale", come "il cantante che fa rivivere il menestrello medioevale, il troubador provenzale". Ed è sicuramente altrettanto vero che dietro a Fabrizio esistono una solida cultura, delle buone letture, un dialogo coi poeti del passato.

Tanto per divertirci in un gioco di elencazioni potremmo fare alcuni nomi: un Villion, certi "poeti di piazza" della Francia prima di Montaigne, oppure i più vicini e più nostri Boudelaire, Verlaine, Rimbaud. Ma tutto ciò è marginale, anche se gioca il suo ruolo nella formazione del mondo creativo di Fabrizio De Andrè. Si prenda, per spiegarci meglio, la canzone "Preghiera in Gennaio" (forse l'esempio limite della gamma di toni di questo cantautore): basterebbe l'inizio, "Lascia che sia fiorito / Signore il suo sentiero", oppure certe immagini come "fate che giunga a Voi con le sue ossa stanche" , per capire subito un clima, un entroterra culturale. Per capire che anche il De Andrè - e sia detto senza voler far comparazioni impossibili - si è lasciato tentare dalla "rima fiore / amore / la più antica, difficile del mondo".
Ma poi c'è la musica, così popolare, cosi melodicamente cantabile, così da romanza. E questa musica di colto, di intellettuale, di "commercio coi poeti" non ha proprio nulla. E allora si evidenzia l'altro aspetto del De Andrè, un aspetto fatto di attaccamento alle più pure ragioni popolari, veramente, autenticamente popolari della canzone italiana. Di modo che questo ligure introverso, chiuso, schivo, riesce ad aprirsi ad un lirismo immediato, mediterraneo, che può anche essere imparentato (e l'accostamento non sorprenda) da un lato con la canzone francese d'oggi - un Brassens - e dall'altro con quella napoletana dell'Ottocento.

Ma l'ascolto attento delle canzoni contenute in questo L.P., così diverse fra loro e pure così simili, potrà indicarci altre inclinazioni di gusto e di atteggiamento proprie di De Andrè. Inclinazioni decadenti, senza dubbio, ma anche di deformazione e di satira, di umori boccacceschi e picareschi ("Via del Campo", "Carlo Martello", "Bocca di rosa") che balenano qua e là improvvisi e nei versi e nelle inflessioni della voce. Voce che si muta e si plasma ad ogni diversa situazione che via via va cantando e raccontando. Voce che diventa uno strumento, un mezzo non per giustificare il "bel canto", ma per dare colori e toni alla storia, alla favola che in quel momento si racconta.

Perché, se è vero che Fabrizio De Andrè nelle sue canzoni si ispira sempre alla realtà, a fatti veri o che potrebbero essere veri, è altrettanto vero che questo non è che il punto di partenza. Quello di arrivo è la favola, il fatto che diventa simbolo. Certo, la cosa ha i suoi rischi, i suoi limiti, che sono poi quelli del bozzetto. Ma quando l'operazione riesce, allora si ottengono bellissime canzoni, come la celeberrima "Carlo Martello", o la recentissima "Bocca di Rosa" che "metteva l'amore sopra ogni cosa", canzone che ha il sapore di una ballata popolare con quel suo andamento, allegro e gioioso, a saltarello.

Di quando in quando l'inchiostro del De Andrè diventa triste e amaro, quasi cattivo. E' il caso di "Marcia Nuziale", una canzone che ha il sapore di una disperata malinconia, come di una rivincita andata a vuoto, di una sfida persa, con il ragazzo già grande che assiste alle nozze dei suoi genitori, accompagnandole suonando "con la gola tesa l'armonica come un organo da chiesa". Oppure la ballata sulla morte, vista come "l'estrema nemica", una nemica che "non serve colpirla nel cuore / perché la morte mai non muore". Gli esempi potrebbero continuare, ma questi possono bastare. E poiché la chiacchierata rischia di diventare troppo lunga bisognerà cercare una plausibile conclusione, come questa che tentiamo: in fondo ad ogni canzone del De Andrè c'è sempre l'uomo. L'uomo con le sue miserie e le sue gioie, le sue poche vittorie e le sue molte sconfitte e, soprattutto, col suo inesauribile bisogno di amore e di speranza.