| Note inserite nel disco
«S'io fossi foco, arderei lo mondo, / s'io fossi vento,
io 'l tempesterei». Cecco Angiolieri, il primo «young
angry man» della letteratura europea, iniziava cosi,
sette secoli or sono, il
suo sonetto più «terribile».
Nell'èra dei mistici, fra le fioriture leggiadre dei
«dolce stil novo», il poeta senese scopriva il
gusto acre dell'imprecazione come contravveleno al male di
vivere; il lessico della rabbia
come suggello alla disperazione; il ghigno dilatato fino alla
volgarità come verifica dei tragico quotidiano.
Fabrizio De André, uno degli autentici
«young angry men» della canzone contemporanea,
ha recuperato la lezione di messer Cecco nella sua allucinante
attualità. Andando bene al di là di certe definizioni
di comodo, che fanno di Angiolieri un acido velleitario e
un bestemmiatore da trivio, ha compreso a fondo la sconcertante
«verità» dei poeta medievale, si è
calato entro la drammatica accoratezza della sua «protesta»,
oggi più che mai viva, parlante più che mai.
Ecco perché l'ipotesi di un incontro
in ispirito fra il cantore dugentesco e il cantastorie novecentesco
non è soltanto suggestiva, è anche credibile.
Ovvero il fatto che De André abbia rivestito di musica
(un'ironica giava) i versi dei senese, non è casuale
ma muove da motivazioni precise. E, quella fra Cecco e Fabrizio,
un'occhiata d'intesa fra due autori distanti sette secoli
l'uno dall'altro, eppure vicinissimi, quasi parenti.
Chi conosce Fabrizio attraverso le sue canzoni - la lunga
storia di una ribellione - non faticherà ad accertarsene.
Basterà, a scoprire la natura e la consistenza
di tale legame, ascoltare questo disco in cui De André
ripropone, accanto al sonetto di Angiolieri, alcune fra le
pagine più significative della sua produzione di ieri
e di oggi. Fra queste ultime è importante rilevare
due traduzioni da Brassens, un altro poet a cui il cantautore
genovese è legato da particolari affinità di
gusto, di scelte, di inclinazioni.
A ben guardare, direi che la protesta anzi
la ribellione di Fabrizio nasce da un assoluto bisogno di
fede, dalla ricerca di un qualcosa in cui credere che è
testimonianza d'amore per, l'Uomo, fiducia nel suo divenire.
E questa tensione costante a salvare il mondo poetico di Fabrizio
dalle sabbie mobili dei nihilismo, a trattenerlo sull'orlo
della negazione totale per impedirgli di precipitare. Per
sconfortata che sia la sua visione del mondo, vi è
sempre l'impulso ad andare avanti, a cercare ancora. Per distaccata
e rinunciataria che possa sembrare la sua cronaca, è
facile leggervi fra le righe un invito alla lotta, un ammonimento
a prendere coscienza della realtà per imboccare altre
strade.
Questo mi pare vogliano insegnarci i
poveri eroi di Fabrizio, solitari campioni di un'umanità
che brancola nel buio e cerca la luce, e troppo spesso, vittima
dei proprio cammino, inciampa fra i sassi che costellano le
vie dell'esistenza. Perché, a guardare in alto, si
rischia di incespicare: come Marinella, che muore nel momento
stesso in cui scopre l'amore; come Miché, omicida per
il timore di perdere la sua ragazza, suicida per la disperazione
di averla perduta; come il soldato de «La ballata dell'eroe»,
che «troppo lontano / si spinse a cercare / la verità»;
come Piero, ucciso fra i papaveri dalla furia feroce della
guerra, proprio mentre scopre nel grembo di quest'ultima il
sapore di un'impensata fraternità: «E mentre
andavi con l'anima in spalle / vedesti un uomo in fondo alla
valle / che aveva il tuo stesso identico umore / ma la divisa
di un altro colore » Eccoci così al tema dell'«homo
homini lupus», l'aspetto più inquietante dei
dissenso di Fabrizio Da André nei confronti della società.
L'uomo non è soltanto vittima dei propri errori o del
proprio destino.
E soprattutto vittima degli altri, dell'ipocrisia, dell'odio,
della malafede dei prossimo. Così la cortigiana sfiorita,
di stecchettiana memoria, dei «Testamento», costretta
a vendere immagini sacre all'angolo di una chiesa perché
il consorzio sociale non le lascia altra possibilità
di sussistenza; così quel personaggio di cui si racconta
ne «Il gorilla», ucciso dalla corriva «giustizia»
degli uomini: «Gridava mamma come quel tale / cui il
giorno prima come ad un pollo / con una sentenza un po' originale
/ aveva fatto tagliare il collo, La morte (dei sogni, dell'amore,
della dignità). La guerra, l'odio, il marciume che
è dentro e intorno a noi.
Sono questi, dunque, i sassi che Fabrizio semina lungo l'itinerario
dei propri personaggi, per insegnare a noi a camminare. Sono
i capisaldi della sua tristezza - e deHa sua speranza - di
artista profondamente partecipe della realtà. Di uomo
che vive la vita degli altri uomini, vi si cala fino in fondo
e la soffre senza alternative, totalmente. Il fatto che, per
esprimerla, egli non di rado ricorra all'umorismo non significa
nulla. E, il suo, un humour sempre disponibile ai richiami
dei tragico, quotidiano o no. Nessuna voglia di ridere: semmai
il sarcasmo «cattivo» di Cecco Angiolieri. Un
sarcasmo che è l'alibi dell'amarezza, che ha l'infinita
tensione di un pianto rattenuto.
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