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La ballata degli impiccati
(Fabrizio De André)
Tutti morimmo a stento
ingoiando l'ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumare la luce
L'urlo travolse il sole
l'aria divenne stretta
cristalli di parole
l'ultima bestemmia detta
Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un'ora
Poi scivolammo nel gelo
di una morte senza abbandono
recitando l'antico credo
di chi muore senza perdono
Chi derise la nostra sconfitta
e l'estrema vergogna ed il modo soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo
Chi la terra ci sparse sull'ossa
e riprese tranquillo il cammino
giunga anch'egli stravolto alla fossa
con la nebbia del primo mattino
La donna che celò in un sorriso
il disagio di darci memoria
ritrovi ogni notte sul viso
un insulto del tempo e una scoria
Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l'odore del sangue rappreso
ciò che allora chiamammo dolore
è soltanto un discorso sospeso
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La ballade des pendus
(François Villon)
Frères humains,
qui après nous vivez,
N'ayez les coeurs
contre nous endurcis,
Car, si pitié de nous pauvres avez,
Dieu en aura plus tôt
de vous mercis.
Vous nous voyez
ci attachés, cinq, six :
Quant à la chair,
que trop avons nourrie,
Elle est piéça
dévorée et pourrie,
Et nous, les os, devenons
cendre et poudre.
De notre mal
personne ne s'en rie ;
Mais priez Dieu que tous
nous veuilleabsoudre !
Se frères vous clamons,
pas n'en devez Avoir dédain,
quoique fûmes occis Par justice. Toutefois, vous savez
Que tous hommes
n'ont pas bon sens rassis.
Excusez-nous,
puisque sommes transis,
Envers le fils de la Vierge Marie,
Que sa grâce ne soit
pour nous tarie,
Nous préservant
de l'infernale foudre.
Nous sommes morts,
âme ne nous harie,
Mais priez Dieu que tous
nous veuille absoudre !
La pluie nous a débués et lavés,
Et le soleil desséchés et noircis.
Pies, corbeaux
nous ont les yeux cavés,
Et arraché la barbe et les sourcils.
Jamais nul temps
nous ne sommes assis
Puis çà, puis là,
comme le vent varie,
A son plaisir
sans cesser nous charrie,
Plus becquetés d'oiseaux
que dés à coudre.
Ne soyez donc de notre confrérie ;
Mais priez Dieu que tous
nous veuille absoudre !
Prince Jésus, qui sur tous a maistrie, Garde qu'Enfer n'ait
de nous seigneurie : A lui n'ayons que faire ne que soudre.
Hommes, ici n'a point de moquerie ;
Mais priez Dieu que tous
nous veuille absoudre !
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La canzone di
De André in cui più evidente appare l’ influenza
di Villon è, come già detto, La Ballata degli
impiccati (titolo che richiama chiaramente la ballade des pendus),
inclusa nell’ album Tutti morimmo a stento del 1968.
”La ballata occupa una posizione centrale nell'album
di cui fa parte dal punto di vista contenutistico: il primo
verso di questa canzone, infatti, dà il titolo al disco.
L'inizio è la cruda descrizione dei momenti finali
degli impiccati, che muoiono con in gola l'ultima bestemmia,
ma il messaggio che vogliono lasciare va al di là della
loro condizione: è l'affermazione dell'uguaglianza
di tutti gli uomini davanti al male; nessuno è colpevole,
nessuno è innocente, nessuno ha il diritto di
giudicare un proprio simile. Nella canzone, gli impiccati
augurano a chi li ha derisi di morire nel loro stesso modo;
a chi li ha dimenticati, di morire ad un passo dalla meta;
infine ad una donna che si è vergognata del loro ricordo,
l'augurio è di perdere al più presto la bellezza
e di essere sfigurata, senza appello, dal tempo. Il finale
è una minaccia per chi vive ancora: la nostra morte
non è la fine, ma soltanto una sospensione che proprio
voi riprenderete.”
Matteo Borsani - Luca Maciacchini, Anima salva
In tutti morimmo a stento, il senso del tragico che ha sempre
caratterizzato le opere di De André, raggiunge il suo
punto più alto. Si tratta di un vero e proprio viaggio
ossessionante in un girone dantesco della desolazione umana
e di morte. E proprio la morte, intesa come negazione della
vita, della dignità e della felicità, rappresenta
la fondamentale ed inquietante chiave di lettura dell’intera
opera che allinea tutto il triste campionario di un'umanità
derelitta: tossicomani, impiccati, bimbi impazziti, adolescenti
traviate. Su tutti alleggia, nel dolente racconto dell'autore,
la consapevolezza dei proprio peccato e dell'impossibilità
a riscattarsene, l'avidità di luce e di quiete cui
fa riscontro la condanna all'ombra e al tormento. L'atmosfera
dominante è tetra, funerea, densa di presagi di morte.
I brani si susseguono senza pause, scanditi dagli Intermezzi,
in un crescendo che culmina nel Recitativo e si scioglie nel
coro finale.
La canzone di DeAndré ripercorre il doppio binario
tematico su cui è corsa la letteratura italiana: da
un lato la linea estetico-intimista e, dall’ altro,
il versante etico-civile. […]Tutti morimmo a stento
è un album strutturato sull’ alternanza dei due
registri con quegli intermezzi evasivi di matrice rimbaudiana
che affiancano l’ allegorismo di un discorso che risente
della lezione di François Villon, come di Franz Kafka
(il potere, il processo e il castello…), di Dante (
loscenario infernale) come di Bertold Brecht (le interpellazioni
finali), del Georges Brassens di Le Père Noel et la
petite fille.
Ezio Alberione – Frammenti di un canzoniere –
Accordi Eretici - 1997
La Ballata degli Impiccati, dotata dell’inconfondibile
stile del cantautore genovese fatto di versi scarni, ruvidi
e sarcastici, dipinge con tinte cupe e macabre, il rancore
e la rabbia devastante di chi a causa delle proprie debolezze
morali, o per il rifiuto o l'incapacità di rispettare
le regole si trova ad essere condannato all’ impiccagione.
Gli impiccati, anonimi, muoiono nel momento in cui cantano,
e cantando nonriescono a perdonare, ma soltanto a lanciare
invettive, contro il mondo intero..
Gli impiccati si rivolgono a tutta l’ umanità
invitando ad una riflessione sulla vita, proposta attraverso
un martellamento ritmico tipico della marcia funebre, una
sorta di «dansa macabra» finalizzata ad enfatizzare
il senso di caducità della vita e l’ ineluttabilità
di una morte che viene rappresentata come uno scheletro orrendo.
Esaminando i testi, risulta abbastanza evidente come sia per
de De André che per Villon, l'impiccato non sia un
criminale da condannare, ma rappresenta piuttosto il simbolo
della condizione umana, che vede l'uomo come un disperato
in agonia.
Netta è la correlazione e i punti di contatto tra le
due opere.
”Molti sono i fili che la legano alla Ballade des pendus
di Villon, primo fra tutti il fatto che l'impiccato non è
più il colpevole,
giustamente o ingiustamente punito, ma diviene un'allegoria,
come la carta dei Tarocchi, il simbolo della condizione umana,
sempre sul bordo del male e della morte. Comune, nei testi
di Villon e De André, è la descrizione di particolari
aspri, dei segni di un'agonia crudele, e l'invito a non sentirsi
estranei alla sorte degli impiccati, perché, a ben
guardare, c'è poco merito nella virtù e poca
colpa nell'errore, e chi si crede incontaminato dal male,
al punto da proseguire "tranquillo il cammino",
commette anche lui un peccato contro l'uomo".
Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo
“Edizioni Associate, Roma 1999
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