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Buona
parte delle immagini e dei personaggi cantati da De André,
gli ambienti nei quali i vinti, da lui raccontati, sono costretti
a vivere all’ombra della società, provengono
da una moltitudine di suggestioni poetiche e culturali d’ambientazione
francese; rivelano equivalenze, paragoni, verosimiglianze,
se non riferimenti diretti, con altre immagini ed altri ambienti,
descritti o messi in musica da altrettanti grandi artisti
del panorama culturale e sociale francese.
De André attinge abbondantemente alla canzone francese
e nel farlo rinnova tutta la canzone d’autore italiana
contemporanea; tuttavia bisogna prestare attenzione nell’analizzare
l’opera di De André dal punto di vista dei rapporti
che lo legano ad altri autori, poiché si rischia di
far passare l’autore genovese per un semplice imitatore
di Brassens e del panorama francese in generale, mentre per
molti versi, la forza poetica di De André supera notevolmente
quella dei suoi ispiratori, valutando il suo valore poetico
sulla base della capacità e della creatività
con cui dipinge suggestive immagini dotate di grande bellezza
e d’un incredibile lirismo.
Nell'immediato dopoguerra, la presenza di figure come Jacques
Prévert, Boris Vian, Jacques Brel, Léo Ferré, Georges Brassens,
Mouloudji, ma anche Juliette Gréco o Yves Montand, era stata
capace di conciliare intrattenimento e cultura, riuscendo
a divertire e a far pensare insieme.
Non è un caso se i primi veri cantautori italiani si erano
largamente ispirati a quegli esempi, e a Brassens più di tutti,
come dimostra il fatto che alcuni dei grandi esponenti di
quella che può essere definita la "scuola genovese" come Gino
Paoli e soprattutto Fabrizio De André, non solo lo hanno tradotto,
ma lo hanno considerato un vero e proprio maestro.
I principali riflessi e risultati dell' influenza francese
sulla produzione musicale ed artistica italiana si riscontrano
appunto nell' ambito della cosiddetta "scuola genovese": si
tratta di un gruppo di cantautori, la maggior parte di origine
genovese, ma non tutti, dotati di stili diversi e con un bagaglio
culturale eterogeneo ma accomunati dal fatto di rifarsi alla
musica ed agli ideali degli chansonniers francesi e di essere
affascinati dalla letteratura e dalla poesia francese ed in
particolare dal filone esistenzialista, dai poeti maledetti,
dai crepuscolari e dai surrealisti.
Genova
fece da contesto a tutta una serie di artisti che seppero
staccarsi dai modelli degli anni '60 (come ad esempio Paolo
Conte, Umberto Bindi, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Gino Paoli
e Fabrizio De André) ed anticipare le moderne tendenze della
canzone d'autore.
Se fino a quel periodo i principali cantanti italiani avevano
attinto, sia nei contenuti che nella forma, alla musica proveniente
dall' America ora l' ispirazione proviene dalla Francia e
dai suoi artisti più rappresentativi, artisti del calibro
di Brel, Brassens, Ferré, Vian ed altri apprezzati tanto dal
popolo quanto dagli intellettuali.
Il loro mondo era Parigi, la "rive gauche" della Senna, il
quartiere di Saint-Germain-des-Prés, dove durante gli anni
cinquanta fiorisce la leggenda degli "chansonniers" che popolano
i caffè-teatro.
Al "Tabou", fondato nel '46, Boris Vian si esibisce con il
suo inconfondibile jazz e la sua tromba; Boris Vian fu il
più eclettico fra i cantautori "engagés".
In una breve ma intensa vita, si attivò in ogni campo artistico,
producendo romanzi, poesie, testi teatrali, articoli giornalistici,
sceneggiature e un'imponente quantità di canzoni.
Personaggio trasgressivo, predilesse i temi del pacifismo,
della presa di posizione antinucleare e lanciò una scanzonata
derisione sulla società dei consumi. La sua più celebre canzone,
"Le déserteur" (1954), uscita ai tempi della guerra d'Algeria,
fu censurata e poi ripresa da diversi artisti, in essa Vian
scrive una lettera al suo Presidente della Repubblica invitandolo
a versare il suo sangue al posto di gente coinvolta in un
conflitto che non capisce.
L'universo di Boris Vian è un universo fantastico; sulla falsariga
dei poeti dadaisti Vian mette in poesia ogni cosa liberando
la vita quotidiana dalla sua banalità, il suo mondo è popolato
da strani personaggi e strane atmosfere.
I più semplici gesti, quali aprire una porta o salutare qualcuno,
diventano imprese epiche degne di essere narrate. Forte è
in Vian la parodia della letteratura seria e soprattutto dei
romanzi realisti, creando un mondo fantastico situato tra
la metafisica e l' assurdo nel quale sono frequenti le metamorfosi
e gli animali come per esempio il topo di "L'Ecume des jours"
(La schiuma dei giorni), uno dei suoi racconti più celebri,
giocano un ruolo identico a quello degli uomini. I temi che
dominano la sua opera sono la sete di libertà, la rivolta
contro il male e soprattutto il rifiuto della guerra e l'
antimilitarismo.
Al
"Trois Baudets" debuttò, invece Jacques Brel. La poetica di
Brel nasce come un' espressione umanitaria ed evangelica,
inasprendosi negli anni in modo violento. Le tematiche che
dominano la sua opera sono l' ossessione della morte, la denuncia
dell'ipocrisia borghese, una latente misoginia, l' anticonformismo
ed un potente spirito libertario.
Avido di libertà, Brel si dichiarò "nomade" e lasciò la scena
pubblica all'apice della carriera. Il suo successo è legato
sia al suo talento come autore che alla sua grande capacità
interpretativa ed infine alla sua grande gestualità con cui
accompagnava con grande efficacia l'esecuzione delle sue canzoni.
Il suo linguaggio poetico è caratterizzato da un' abbondante
presenza di neologismi e la ricerca d' immagini caratterizzate
da omofonie ed allitterazioni.. Sempre al "Trois Baudets"
si esibiva anche Brassens.
La solidarietà, l'amicizia come bene primario ed un sincero
gusto di vita percorrono la produzione di Brassens. La sua
adesione alle istanze sociali è distaccata. Prevale la diffidenza
verso qualsiasi tipo di ordine costituito, in nome di un individualismo
bonario che accosta sacro e profano e rovescia i ruoli.
Sui palchi dell'"Ècluse" Léo Ferré lancia la sua apostrofe
libertaria, si lega in amicizia con Sartre e veste di note
impetuose le liriche dei "poeti maledetti". Ferré fu un artista
totale: le sue poesie cantate, spesso scagliate come anatemi
contro le ingiustizie del sistema, scorrevano come un torrente
in piena, nel segno di una polemica mai stanca, di un'ininterrotta
provocazione.
Ma le radici della canzone francese affondano in tempi ben
più lontani, Pierre Jean de Béranger (1780-1857) è il primo
vero "chansonnier". Con Béranger riscontriamo già tutti quei
i caratteri distintivi delle canzoni d'autore successive:
impegno e satira sociale, gusto della metafora in chiave politica,
spirito libertario.
Béranger divenne un personaggio famosissimo ed alla sua morte,
nel 1857, gli vengono tributati addirittura dei funerali di
stato. Tematiche e valori quelli sviluppati da Béranger che
ritroviamo praticamente in tutti i più grandi "chansonniers"
del XIX e della prima parte del XX secolo, alcuni dei quali
impegnati direttamente nell'esperienza della Comune di Parigi
(1871), come Jean-Baptiste Clément o Eugène Pottier.
Alla fine del secolo XIX inizia l'era dei caffè concerto,
frequentati da spettatori di diversa estrazione sociale, in
cerca d'evasione. Su questa scena prenderà corpo la canzone
moderna. Il nuovo secolo introduce la figura di Aristide Bruant,
il "cantante dalla sciarpa rossa" immortalato in famosi manifesti
dal suo amico Toulouse-Lautrec; cantore dei bassifondi, in
antitesi con l'impulso unitario e patriottico che involge
la Francia durante il primo conflitto mondiale.
E' ancora Bruant che rende popolare, nelle canzoni, l' "argot"
dei bassifondi, in questo rinnovando una tradizione poetica
che risale addirittura a François Villon.
Ma l'innovatore Charles Trenet, amante del jazz e padrone
di un vasto e mordente lessico.
E' molto probabile che Fabrizio De André conoscesse già questi
cantautori e le loro canzoni, in modo diretto e soprattutto
attraverso l'interpretazione da parte dei più grandi chansonniers
francesi del XX secolo, come Yves Montand, Edith Piaf, Charles
Trenet e Mouloudji; successivamente anche da Charles Aznavour
e Barbara.
Inoltre è nella canzone francese che si sviluppa un elemento
molto accentuato nella produzione artistica di De André e
cioè la rivalutazione e la valorizzazione del patrimonio popolare.
Il patrimonio popolare francese è ricchissimo, ma non è certo
prerogativa di quel paese: in tutti i paesi europei esso non
soltanto è immenso, ma legato da "fili" più o meno avvertibili
di influenze reciproche. Dalla canzone popolare vengono riprese
storie "esemplari" concernenti l'infelicità dell'amore, l'ingiustizia
e la crudeltà dei potenti, la rassegnazione di fronte al destino
umano, le vicende dei ribelli ecc.ecc. Limitandoci alla Francia,
le più note canzoni popolari vengono riproposte da tutti i
principali chansonniers a partire dal XIX secolo: La Blanche
Biche, la Complainte de Mandrin, le Roi fait battre tambour,
Aux marches du palais, le Prisons de Nantes e tante altre
fanno parte stabile del repertorio generale, a partire da
Aristide Bruant.
La canzone popolare viene dunque riportata a nuova vita grazie
ad artisti che ne traggono ispirazione. Canzone popolare,
abbiamo detto; e se ne trovano due esempi diretti nella produzione
di De André, che riproduce fedelmente ogni tipo di atmosfera
e di stilemi della canzone francese, "popolari" o meno, trasponendoli
in lingua italiana e facilitato, indubbiamente, dall'esistenza
anche da noi di una certa cultura "paesana" con figure non
troppo dissimili da quelle francesi.
Un esempio è "Il re fa rullare i tamburi" (la versione italiana
di Le roi a fait battre tambour)
Il re fa rullare i tamburi
Il re fa rullare i tamburi
vuol sceglier fra le dame
un nuovo e fresco amore
ed è la prima che ha veduto
che gli ha rapito il cuore
marchese la conosci tu
marchese la conosci tu
chi è quella graziosa ?
ed il marchese disse al re
" maestà è la mia sposa "
tu sei più felice di me
tu sei più felice di me
d'aver dama si bella
signora si compita
se tu vorrai cederla a me
sarà la favorita signore
se non foste il re signore
se non foste il re
v'intimerei prudenza
ma siete il sire siete il re
vi devo l'obbedienza
marchese vedrai passerà
marchese vedrai passerà
d'amor la sofferenza
io ti farò nelle mie armate
maresciallo di Francia
" addio per sempre mia gioia "
" addio per sempre mia bella "
addio dolce amore
devi lasciarmi per il re
ed io ti lascio il cuore
la regina ha raccolto dei fiori
la regina ha raccolto dei fiori
celando la sua offesa
ed il profumo di quei fiori
uccise la marchesa.
Questa canzone si ispira alla ballata intitolata "Proclame
del Roy" che ha probabilmente origine nell'Ile-de-France e,
può essere fatta risalire alla seconda metà del XIV secolo.
Riflette, come è palese, il regal costume di scegliersi la
"favorita" tra le nobili dame di corte; ma l'atmosfera non
è certamente quella della Versailles sei o settecentesca,
dove il Re Sole poteva tranquillamente prendersi una donna
sposata, con il marito felice per il grande onore e i privilegi
derivati.
La reazione del Marchese e tutto l'impianto della ballata
sono invece dei tratti molto arcaici e riconducono ad un'epoca
ben anteriore.
La prima versione scritta di questa ballata, però, è della
seconda metà del XV secolo; e, come è naturale per tutte le
ballate popolari, se ne hanno diverse versioni.
Altro esempio nell'ambito della produzione di De André è "Fila
la lana", seppure in quest'ultimo caso di tratti di una canzone
falsamente popolare, composta e cantata nel 1949 da Jacques
Douai File la laine", la canzone tradotta poi da Fabrizio
de André come "Fila la lana", in realtà non è una canzone
popolare. Viene infatti riportata come ripresa "da una canzone
popolare francese del XV secolo", mentre in realtà è stata
scritta da Robert Marcy e cantata da Jacques Douai.
Nella guerra di Valois il Signor di Vly è morto,
se sia stato un prode eroe non si sa, non è ancor certo.
Ma la dama abbandonata lamentando la sua morte
per mill'anni e forse ancora piangerà la triste sorte.
Fila la lana, fila i tuoi giorni illuditi ancora che lui ritorni,
llibro di dolci sogni d'amore apri le pagine al suo dolore.
Son tornati a cento e a mille i guerrieri di Valois,
son tornati alle famiglie, ai palazzi alle città.
Ma la dama abbandonata non ritroverà il suo amore
e il gran ceppo nel camino non varrà a scaldarle il cuore.
Fila la lana, fila i tuoi giorni illuditi ancora che lui ritorni,
libro di dolci sogni d'amore apri le pagine al suo dolore.
Cavalieri che in battaglia ignorate la paura stretta
sia la vostra maglia, ben temprata l'armatura.
Al nemico che vi assalta siate presti a dar risposta
perché dietro a quelle mura vi s'attende senza sosta.
Fila la lana, fila i tuoi giorni illuditi ancora che lui ritorni,
libro di dolci sogni d'amore chiudi le pagine sul suo dolore.
Riprende
il tema musicale di una ballata popolare francese del XV secolo
e fa così trasparire il versante colto e di ricerca che caratterizza
la maggior parte della produzione di De André.
Una strofa a ritmo [...] presenta prima il lato politico della
vicenda della guerra di Valois; poi, su un accordo maggiore
che suona quasi impertinente sull'impianto di LA minore, si
contrappone il lato sentimentale della dama abbandonata.
Il ritornello, in cullante andamento ternario, conduce alla
commiserazione del triste destino della vedova, cui non resta,
come ad una sventurata Penelope, che filare la lana nell'illusione
del ritorno del suo uomo.
[Matteo Borsani - Luca Maciacchini, Anima salva]
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