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La
tipica drammaticità che contraddistingue il modo di rappresentare
e cantare la vita di De André ci porta ad accostarlo
ad un grande poeta del Quattrocento francese, François
Villon, la cui produzione è dominata da un forte senso
di caducità e di precarietà nei confronti dell’
esistenza. Una propensione per la cultura medievale, quella
di De André che ricorre soprattutto nelle composizioni
giovanili.
Numerosi sono i punti di contatto della poetica di Villon con
quella del cantautore genovese: Villon come De André
canta i disadattati, i marginali, condannati a un destino crudele,
non solo ad una prematura morte terrena ma soprattutto alla
morte dell’animo e ad una lotta continua verso il sentire
comune ed il pensiero unico, facendone dei ribelli nei confronti
della maggioranza.
Villon, prende le parti dei diseredati, vittime della debolezza
della propria natura, della cattiva sorte, della malvagità
umana e dell’ingiustizia sociale. De andré riconoscerà
ufficialmente in Villon“un poeta
della carità, per lo scandalo delle passioni sfrenate,
per le risate scomposte a schernire inauditi dolori, per le
inaccettabili sofferenze che sorgono dal tuo canto e toccano
il cuore e la mente di chi legge”
(F. De André – Prefazione a F. Villon, Poesie,
Feltrinelli , Milano 1996 ) La poesia
di Villon rappresenta un nodo di profonde contraddizioni.
Più volte, nel corso della sua opera manifesta la sua
fede profonda, tuttavia conduce una vita da malfattore e delinquente:
ruba, ferisce, uccide. Le sue cattive frequentazioni lo condussero
a vivere spalla a spalla con gli strati più bassi della
società ma al tempo stesso frequentava gli ambienti
universitari.
Ha un culto toccante e sincero verso Notre Dame a cui dedicherà
una stupenda ballata ma ciò non gli impedirà
di frequentare prostitute o ambienti malfamati. E’ proprio
in virtù di questa dicotomia e di queste grandi contraddizioni
che segnano la personalità del poeta medievale che
Villon si distingue per la sua grande capacità di passare
dal più raffinato ed elevato lirismo al realismo più
crudo. Candido e tragico nello stesso tempo, sensuale e devoto.
Pressoché sconosciuto al tempo in cui visse, Villon
ebbe notorietà solo a partire dal XVI secolo quando
le sue opere furono recuperate e pubblicate da Clément
Marot che ha sottolineato come la vita di François
Villon sia piena di zone d’ ombra e mistero, e le sole
tracce biografiche certe relativamente alla sua vita adulta
sono di origine giudiziaria; ciò da forza e vigore
all’ immagine leggendaria di poeta malfattore che gli
è stata attribuita dalla fine del Medioevo.
”Ecco cosa fu François Villon:
ladro, assassino e quanto peggio ancora. Tuttavia è
lui l’uomo, a cui é legata la poesia più
profondamente penetrante del XV secolo : non c’è
alcun dubbio, questo malfattore fu un grandissimo poeta. ”
(Gustave Lanson - Histoire de la Littérature française
- 1894 )
Villon
rappresenta il primo grande poeta moderno, ma è al
tempo stesso l’ ultimo grande rappresentante della poesia
Medievale. Fu capace di realizzare una poesia profondamente
personale ed intimista, espressione sincera dei propri sentimenti.
La sua opera rispecchia la sua vita, fatta di contrasti violenti,
non nasconde nulla nemmeno l’attrazione verso una vita
dissipata che fa di lui un poeta maledetto e avvolto dalla
leggenda.
Nonostante questa sua cattiva condotta, il suo animo ed il
suo spirito non perdono quell’ ingenuità e quella
freschezza che ne caratterizzano la sua poesia.
Villon veste le parole di forme commoventi e toccanti per
esprimere la fede religiosa che ha conservato, l’ amore
per sua madre, la sua riconoscenza verso tutti quelli che
lo hanno stimato, i suoi rimpianti per aver sprecato la sua
giovinezza.
Non si può dire che Villon abbia introdotto forme o
temi nuovi, il testamento dominato dalla parodia, infatti,
esisteva già da tempo come anche la riflessione amara
e lucida sul tema della morte, sul destino cieco e beffardo,
sull’ ultimo saluto dato alle anime, erano topoi ben
conosciuti nel Medioevo; la forza di Villon consiste nel non
aver affrontato queste tematiche come delle scelte obbligate
e convenzionali ma averle rivisitate come vere e proprie esperienze
personali. Villon dipinge un affresco dominato dalla caducità
e dall’insensatezza dell’esistenza, spazzando
via le falsità e le troppe convenzioni che avevano
caratterizzato l’epoca e la cultura medievale: l’immagine
dell’amante martire tipico delle regole dell’amor
cortese era diametralmente opposta alla sua visione
dell’amore imperniata sul piacere.
Le immagini, le metafore, la simbologia e la macabra lucidità
di Villon svolgono dunque un importante ruolo demistificatore
e capace di desacralizzare tutta una gamma di valori e costumi.
Alla poetica ed irreale campagna dei pastori e della perfezione
bucolica che popolano la poesia del tempo, preferisce Parigi
che rievoca spesso in modo alquanto pittoresco. Il suo talento
di caricaturista lo spinge spesso ad enfatizzare ed ingigantire
i difetti umani, l’ autentica condizione dell’uomo
viene dipinta in tutta la sua cruda e orrenda realtà
attraverso la descrizione dell’orrore della decrepitezza
dei corpi, la violenza e la bassezza dei loro appetiti carnali.
Una poesia vera che si distacca inesorabilmente dalle dolci
menzogne della tradizione.
Ma il vero fattore innovativo della poesia di Villon risiede
proprio nella personalità dell’autore, dotata
di innumerevoli sfumature, capace di emozionare e di intrigare.
Tuttavia non è facile carpire la vera essenza del poeta
Villon per la sua caparbia abilità nel nasconderla
e camuffarla sotto volti e maschere ogni volta diverse; dall’amante
respinto ed infelice al sensuale amico delle meretrici, dal
figlio tenero e sensibile che compone per sua madre l’
affascinante Ballade pour prier Notre-Dame al crudele peccatore
che lamenta la sua eccessiva malvagità.
La celebre espressione del poeta cinquecentesco "Je ris
en pleurs", riassume e sottolinea la dicotomia e la dualità
profonda d' una coscienza che risulta dominata dalle due facce
del poeta più spesso individuate nel corso della sua
opera: la faccia triste dell’ uomo afflitto dal rimpianto
e dall’ amarezza e quella dominata da una risata cinica
ed atroce, lucida e spietata.L'opera di François Villon ha
conosciuto un successo immediato.
Le sedici edizioni che si sono succedute, da quella iniziale
del 1489 di Pierre Levet alla prima edizione critica e commentata
delle sue opere di Clément Marot nel 1532, ne confermano l'
immenso successo.
La sua fama è dovuta soprattutto al grande successo che ha
esercitato sui poeti del diciannovesimo secolo, i romantici
come per esempio Théophile Gautier, che iniziò proprio con
uno studio sulla figura di Villon, la sua raccolta dei "grotteschi",
una serie di testi critici dedicati agli autori minori del
XVI et del XVII secolo. Baudelaire e soprattutto Verlaine
ebbero per lui un vero e proprio culto.
Nell'accostarci all'analisi di quest'autore medievale va,
dunque, tenuto in considerazione il fatto che la tradizione
abbia lasciato di Villon solo un'opera corrotta e frammentaria.
Nell'interpretare la sua poesia bisogna tener conto di questa
confusione di testi manoscritti o stampati come anche del
mistero di cui si sarebbe circondato l'autore.
Questi
aspetti problematici non fanno che ingigantire la leggenda
letteraria e stimolare l'analisi scientifica. La storia delle
diverse interpretazioni testimonia la stupefacente densità
del sistema di scrittura di un poeta che ognuno cerca di decifrare
a suo modo.
Miracolo di una poesia che si presenta al contempo come enigma
e comunicazione, essa suggerisce un'impressione di intimità
nonostante la distanza, di autenticità nonostante la maschera.
Come già detto, sulla figura di Villon si hanno poche notizie
biografiche. François de Montcorbier era nato nel 1431, l'
anno dell' esecuzione di Giovanna D' Arco; di origini modeste,
rimasto orfano venne poi adottato da Guillaume de Villon,
cappellano della chiesa di Saint-Benoit-le-Bétourné, che gli
fece seguire gli studi necessari per entrare a far parte del
clero e da cui prese il nome in segno di rispetto. Tuttavia
il giovane François, terminati gli studi, incontrò grandi
difficoltà nel trovare un posto tra le fila del clero ed iniziò
ad avvicinarsi alla poesia ed allo spettacolo.
Il 5 giugno 1455 avviene l'episodio che gli cambia la vita
e che è storicamente provato: mentre passeggiava in compagnia
di un prete di nome Giles incontra nella rue Saint-Jacques
un bretone, Jean le Hardi, maestro d'arte, in compagnia a
sua volta di un religioso, un certo Philippe Chermoye; scoppia
una rissa nella quale Chermoye rimane ferito mortalmente.
Accusato dell'uccisione del religioso, Villon è costretto
a lasciare Parigi.
Fu prima di lasciare Parigi che compose ciò che è ora conosciuto
come "Petite testament" ("Piccolo testamento") o "Le Lais"
("Lascito"), opera che mostra parte della profonda amarezza
e rammarico per il tempo sciupato.
Nel Lais, in procinto di lasciare Parigi, il poeta immagina
di lasciare ai suoi amici i pochi beni che possiede ma anche
le miserie e le sfortune.
Nel 1458 Villon, rientrato a Parigi, è coinvolto in una rapina
al Collegio di Navarra e si trova ancora una volta obbligato
a lasciare la città: passa per Angers, Bourges, Blois dove
il re, Charles d'Orléans, lo protegge e Villon lo ringrazierà
con i suoi versi. Arrestato nuovamente nell'estate del 1461
per ordine del vescovo Thibault d'Aussigny, per un altro furto
in una chiesa, è amnistiato e rimesso in libertà il 2 ottobre
dello stesso anno.
Rientrato a Parigi, dopo aver scritto "Le testament" (Il testamento),
la sua opera principale, viene per l' ennesima volta imprigionato,
sempre a causa di furti e risse. Sarà torturato, processato
e condannato all' impiccagione (è in questo momento che compose
la Ballata degli Impiccati), ma il giudizio verrà annullato
il 5 gennaio del 1463 e Villon verrà bandito da Parigi per
dieci anni.
A partire da questa data non si hanno più sue notizie.
La sua opera principale, le Grand Testament riprende con maggiore
incisività e varietà il tema centrale del Lais e rappresenta
una sorta di bilancio della vita di Villon. Comprende anche
una ventina di ballate, tra le quali, le più conosciute sono
La ballade des dames du temps jadis e la Ballade des seigneurs
du temps jadis, dove Villon si chiede cosa siano diventati
i personaggi celebri del passato: sono tutti tristemente scomparsi,
come le nevi d' un tempo.
Molto conosciuta è inoltre célèbre la Ballade pour prier Notre
Dame, dove il poeta fa parlare sua madre, descrivendone la
sua meraviglia ingenua nel contemplare un affresco che vede
in chiesa. Nel Testamento, tra le Poésies diverses, si trova
la poesia più celebre di Villon, l'Épitaphe Villon ou Ballade
des Pendus che fu capace più delle altre di attirare l' ispirazione
di De André.
Con tutta probabilità scritta da Villon quando si trovava
nella sua cella di condannato a morte, la poesia è una rappresentazione
dell' esecuzione al patibolo corredata da una vastissima serie
di simboli inquietanti.
Il poeta si proietta nella tremenda condizione dell' impiccato
in balia dell' accanirsi e dello scherno dei passanti. Incalzato
dall' imminenza del suo ultimo respiro il poeta, lancia la
sua invocazione per chiedere perdono e misericordia per se
e per chi viene giustiziato insieme a lui "Priez Dieu que
tous nous veuille absoudre".
Il suo linguaggio sa diventare pudico, commovente, toccante,
insistendo sul registro dettato dall' umiltà redentrice La
poesia di Villon è un vero e proprio grido di un poeta angosciato;
il linguaggio utilizzato è vivo, crudo, spesso brutale ed
a volte dotato di una certa dolcezza e malinconia.
Nel
descrivere la realtà non utilizza artifici o falsi colori
ma lo fa in modo diretto e tragico. I suoi temi principali
che influenzeranno i grandi poeti ed artisti (anche Leo Ferré
metterà in musica La ballade des pendus) che lo seguirono
sono la pietà, il rimpianto per il tempo passato, la fraternità
umana ed ancora l' ossessione della morte. Vediamo quindi
come appare sempre più chiaro il filo conduttore che lega
i due autori, o piuttosto la corda spessa, come dirà lo stesso
De André nell' ambito di una Prefazione ad una raccolta di
poesie del poeta medievale dove il cantautore genovese palesa
apertamente la sua ammirazione per Villon e la condivisione
dei principali contenuti.
…C'è un filo o piuttosto una corda spessa, che lega l'antico
maestro ai suoi allievi dalle più disparate inclinazioni:
per primo tra i profani tu hai dato alla forca dignità poetica,
hai fatto dell'appeso qualcosa di sacro, di eterno, simbolo
inquietante di impermanenza e disagio. […].
Io ti scrivo da un'altra epoca illuminata di ragione e di
tecnica. […] La stessa guerra, rinnovatasi di cento in cento
anni, non è ancora finita e gli uomini amano come allora menare
le armi e le mani e se non ci sono più le caldaie per far
bollire i falsari, gli strumenti per dare la morte si sono
perfezionati al punto che uno solo di quei cento onnipotenti,
un solo Thibault d'Aussigny può decretare la fine dell'umanità
in un tempo così breve quanto la pressione di un dito su un
pulsante.
De André rivolgendosi al poeta "maledetto", lontanissimo nel
tempo, ma che sente molto vicino a se per le tematiche trattate
e per il crudo realismo con cui dipinge a tinte cupe ma lucide,
l' ingiustizia dell'esistenza e l'inesorabile trascolorare
del tempo sottolinea come l' enorme distanza temporale non
abbia di fatto mutato lo stato delle cose; il cantautore evidenzia
il ripetersi della storia e come il progresso, per molti versi,
anziché approdare ad un' evoluzione abbia sancito un' involuzione
ed un sostanziale regresso della condizione dell' umanità.
Se un tempo i potenti che decretavano e stabilivano il destino
degli uomini si servivano della forca adesso la prepotenza
e l' ingiustizia si avvalgono di nuovi strumenti per decretare
la fine dell'esistenza dei propri simili.
La canzone di De André in cui più evidente appare l' influenza
di Villon è, come già detto, La Ballata degli impiccati (titolo
che richiama chiaramente la ballade des pendus), inclusa nell'
album Tutti morimmo a stento del 1968. "La ballata occupa
una posizione centrale nell'album di cui fa parte dal punto
di vista contenutistico: il primo verso di questa canzone,
infatti, dà il titolo al disco.
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