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L'inizio
è la cruda descrizione dei momenti finali degli impiccati, che
muoiono con in gola l'ultima bestemmia, ma il messaggio che
vogliono lasciare va al di là della loro condizione: è l'affermazione
dell'uguaglianza di tutti gli uomini davanti al male; nessuno
è colpevole, nessuno è innocente, nessuno ha il diritto di giudicare
un proprio simile.
Nella canzone, gli impiccati augurano a chi li ha derisi di
morire nel loro stesso modo; a chi li ha dimenticati, di morire
ad un passo dalla meta; infine ad una donna che si è vergognata
del loro ricordo, l'augurio è di perdere al più presto la bellezza
e di essere sfigurata, senza appello, dal tempo. Il finale è
una minaccia per chi vive ancora: la nostra morte non è la fine,
ma soltanto una sospensione che proprio voi riprenderete." Matteo
Borsani - Luca Maciacchini, Anima salva"
In tutti morimmo a stento, il senso del tragico che ha sempre
caratterizzato le opere di De André, raggiunge il suo punto
più alto.
Si tratta di un vero e proprio viaggio ossessionante in un girone
dantesco della desolazione umana e di morte.
E proprio la morte, intesa come negazione della vita, della
dignità e della felicità, rappresenta la fondamentale ed inquietante
chiave di lettura dell'intera opera che allinea tutto il triste
campionario di un'umanità derelitta: tossicomani, impiccati,
bimbi impazziti, adolescenti traviate.
Su tutti alleggia, nel dolente racconto dell'autore, la consapevolezza
dei proprio peccato e dell'impossibilità a riscattarsene, l'avidità
di luce e di quiete cui fa riscontro la condanna all'ombra e
al tormento.
L'atmosfera dominante è tetra, funerea, densa di presagi di
morte. I brani si susseguono senza pause, scanditi dagli Intermezzi,
in un crescendo che culmina nel Recitativo e si scioglie nel
coro finale.
La canzone di DeAndré ripercorre il doppio binario tematico
su cui è corsa la letteratura italiana: da un lato la linea
estetico-intimista e, dall' altro, il versante etico-civile.
[…]
Tutti morimmo a stento è un album strutturato sull' alternanza
dei due registri con quegli intermezzi evasivi di matrice rimbaudiana
che affiancano l' allegorismo di un discorso che risente della
lezione di François Villon, come di Franz Kafka (il potere,
il processo e il castello…), di Dante ( loscenario infernale)
come di Bertold Brecht (le interpellazioni finali), del Georges
Brassens di Le Père Noel et la petite fille.
Ezio Alberione - Frammenti di un canzoniere - Accordi Eretici
- 1997
La Ballata degli Impiccati, dotata dell'inconfondibile stile
del cantautore genovese fatto di versi scarni, ruvidi e sarcastici,
dipinge con tinte cupe e macabre, il rancore e la rabbia devastante
di chi a causa delle proprie debolezze morali, o per il rifiuto
o l'incapacità di rispettare le regole si trova ad essere condannato
all' impiccagione.
Gli impiccati, anonimi, muoiono nel momento in cui cantano,
e cantando nonriescono a perdonare, ma soltanto a lanciare invettive,
contro il mondo intero..
Gli impiccati si rivolgono a tutta l' umanità invitando ad una
riflessione sulla vita, proposta attraverso un martellamento
ritmico tipico della marcia funebre, una sorta di "dansa macabra"
finalizzata ad enfatizzare il senso di caducità della vita e
l' ineluttabilità di una morte che viene rappresentata come
uno scheletro orrendo.
Esaminando i testi, risulta abbastanza evidente come sia per
de De André che per Villon, l'impiccato non sia un criminale
da condannare, ma rappresenta piuttosto il simbolo della condizione
umana, che vede l'uomo come un disperato in agonia.
Netta è la correlazione e i punti di contatto tra le due opere.
"Molti sono i fili che la legano alla Ballade des pendus di
Villon, primo fra tutti il fatto che l'impiccato non è più il
colpevole, giustamente o ingiustamente punito, ma diviene un'allegoria,
come la carta dei Tarocchi, il simbolo della condizione umana,
sempre sul bordo del male e della morte.
Comune, nei testi di Villon e De André, è la descrizione di
particolari aspri, dei segni di un'agonia crudele, e l'invito
a non sentirsi estranei alla sorte degli impiccati, perché,
a ben guardare, c'è poco merito nella virtù e poca colpa nell'errore,
e chi si crede incontaminato dal male, al punto da proseguire
"tranquillo il cammino", commette anche lui un peccato contro
l'uomo". Doriano Fasoli, Fabrizio De André.
Passaggi di tempo "Edizioni Associate, Roma 1999
Comune risulta anche la descrizione di particolari raccapriccianti
e aspri che pongono ulteriormente l' accento sul martirio tremendo
di cui sono oggetto i corpi degli impiccati.
A questo proposito bisogna dire che è il letterato francese
a sviluppare maggiormente questo aspetto, con una dettagliata,
cruda e macabra descrizione della disumana fine dei corpi degli
impiccati:
"La pioggia ci ha lavati e risciacquati,
E il sole ormai ridotti neri e secchi;
Piche e corvi gli occhi ci hanno scavati,
E barba e ciglia strappate coi becchi.
Noi pace non abbiamo un sol momento:
Di qua, di Là, come si muta, il vento,
Senza posa a piacer suo ci fa volgere,
Più forati da uccelli che ditali.
A noi dunque non siate mai uguali;
Ma Dio pregate che ci voglia assolvere! " (Villon)
Anche nel cantautore genovese ritroviamo tali dettagli cupi
e macabri:
…l'urlo travolse il sole…
…l'aria divenne stretta…
…chi la terra ci sparse sull'ossa...
…un rancore che ha l'odore del sangue rappreso…(De André)
Nel
confronto tra i due testi ciò che sembra distinguersi principalmente
è il sentimento dominante da parte degli impiccati nei confronti
degli "altri".
Se Villon conclude con un'invocazione a Gesù, per salvarsi l'anima,
in De André gli impiccati serbano rancore ("che ha l'odore del
sangue rappreso") e morendo bestemmiano.
Dalla poesia di De André esce uno spaccato, prima degli ultimi
istanti di vita del condannato, poi le sue maledizioni lanciate
contro chi sopravviverà, l' odio e il rancore di chi lascia
la vita per mano altrui; appare chiaro il disprezzo del cantautore
verso un giudizio risolutorio di un uomo (chi giudica) verso
un proprio simile (il giudicato).
Di fronte alla morte si è tutti uguali, innocenti e colpevoli,
un concetto che sarà ripreso più volte ne "Il testamento" quando
De André canta: "quando si muore si muore soli" Nella ballata
di De Andrè, i condannati a morte si trasfigurano ed appaiono
animati da un disperato, smisurato rancore.
Una profonda rabbia ed un'amara avversione sono gli elementi
caratterizzanti l'invettiva con cui gli impiccati, masticando
l' ultima bestemmia, si rivolgono a chi li ha giudicati e condannati;
gli impiccati, prima di abbandonare la vita, auspicano una simile
fine tremenda a tutti coloro i quali li hanno derisi, condannati,
dimenticati; alla donna che si è vergognata del loro ricordo,
augurano di perdere la bellezza e di essere sfigurata.
Una maledizione lanciata contro il genere umano intero che vuole
enfatizzare l' uguaglianza di tutti gli uomini davanti al male
e come nessuno abbia il diritto di giudicare un proprio simile.
"Chi derise la nostra sconfitta
e l'estrema vergogna ed il modo
soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo.
Chi la terra ci sparse sull'ossa
e riprese tranquillo il cammino
giunga anch'egli stravolto alla fossa
con la nebbia del primo mattino
La donna che celò in un sorriso
il disagio di darci memoria
ritrovi ogni notte sul viso
un insulto del tempo e una scoria". (De André)
Mentre invece ogni singolo verso della poesia di Villon è una
vibrante invocazione alla pietà umana. Il poeta s' immagina
impiccato, insieme ad altri, giudicato per le sue colpe verso
gli uomini e Dio, per aver trasgredito quelle che sono le leggi
dettate dal sentire comune e dal pensiero unico.
Villon, poetà della carità, si rivolge a chi lo ha condannato
chiamandolo "fratello", invitandolo a pregare per lui e gli
altri impiccati, nella misericordia di Dio, il quale avrà misericordia
anche di loro.
Condannati ad un destino crudele, gli impiccati si rivolgono
alla pietà umana, ormai destinati ad una fine orrenda cercano
almeno quel perdono che coinciderebbe alla salvezza dell' anima
e così quegli stessi uomini che li hanno condannati alla forca
vengono invocati come "fratelli" già nel celebre incipit della
ballata cinquecentesca "Fratelli umani, che ancor vivi siete
Non abbiate per noi gelido il cuore, Ché, se pietà di noi miseri
avete Dio vi darà più largo il suo favore:
Appesi cinque, sei, qui ci vedete:
La nostra carne, già troppo ingrassata,
E' ormai da tempo divorata e guasta;
Noi ossa, andiamo in cenere e polvere.
Nessun rida del male che ci devasta,
Ma Dio pregate che ci voglia assolvere!" (Villon)
Ed ancora palese appare tale invocazione della misericordia
umana nella ripetizione reiterata per ben cinque volte del verso
"Ma Dio pregate che ci voglia assolvere" (Villon)
E così mentre De André insiste particolarmente sull' agonia
e sulla malvagità della pena inflitta:
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un'ora.
Poi scivolammo nel gelo
Di una morte senza abbandono
Recitando l'antico credo
Di chi muore senza perdono.
Chi derise la nostra sconfitta
E l'estrema vergogna ed il modo
soffocato da identica stretta
impari a conoscerne il nodo (De André)
Villon cerca di scuotere la pietà e la carità umana:
Non abbiate per noi gelido il cuore,
Ché, se pietà di noi miseri avete Dio
vi darà più largo il suo favore
Poiché siam morti, per noi ottenete
Dal figlio della Vergine Celeste
Che inaridita la grazia non resti, (Villon)
Inoltre, entrambi insistono sullo scherno del pubblico, mentre
Villon lo fa per tre volte, De André si limita ad una ma evidenzia
ugualmente il suo rimprovero verso lo scherno di chi guarda
qualcuno che va al patibolo e paga con la vita per il male fatto
in un'ora:
Nessun rida del male che ci devasta
Morti siamo: nessuno ci molesti
Uomini, qui non v'ha scherno (Villon)
…chi derise la nostra sconfitta… (De André)
C'è
dunque l'invito al pubblico, da parte degli impiccati, presi
a simbolo della condizione umana, a condividere la loro stessa
sorte, a non sentirsi tranquilli e quindi impossibilitati di
intrapendere il cammino con la coscienza pulita, un invito a
riflettere sull'ingiustizia della pena di morte e dell' assurdità
del destino umano.
A parlare attraverso la voce degli impiccati sono, i condannati
a morte per qualsiasi reato, di tutti i tempi, di tutte le razze,
di tutte le religioni; per il male fatto in un'ora, la società
umana decide di giustiziarli, utilizzando un potere che solo
Dio dovrebbe avere, toglie loro la vita.Sintomatico è come De
André inizi la sua canzone, con quel "Tutti morimmo a stento"
che dà il titolo all'album, in quel "tutti", comprende tutto
il genere umano, i colpevoli e soprattutto gli innocenti, gli
onesti, coloro che sopravviveranno sfuggendo la tragedia con
la derisione, l'insensibilità e la vergogna di dar memoria;
verso di loro i condannati lanciano una tremenda maledizione.
De André: ..chi derise la nostra sconfitta
e l'estrema vergogna ed il modo
soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo.
Chi la terra ci sparse sull'ossa
E riprese tranquillo il cammino
Giunga anch'egli stravolto alla fossa (De André)
Villon: Fratelli umani, che ancor vivi siete
Non abbiate per noi gelido il cuore,
Ché, se pietà di noi miseri avete
Dio vi darà più largo il suo favore.
Appesi cinque, sei, qui ci vedete
La nostra carne, già troppo ingrassata,
E' ormai da tempo divorata e guasta;
Noi ossa, andiamo in cenere e polvere.
Nessun rida del male che ci devasta,
Ma Dio pregate che ci voglia assolvere! (Villon)
Questo voler coinvolgere indistintamente tutto il genere umano
al dolore ed all' atrocità di cui sono vittima i condannati
che viene ben enfatizzata dal verso finale della canzone di
De André "ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso
sospeso" ) che vuole mettere in ulteriore evidenza come tutti
viviamo in una condizione di "peccato" e dunque tutti, chi ha
giudicato e chi è stato giudicato, chi ha condannato e chi è
stato giustiziato, tutti sono coinvolti.
E' fondamentale far notare come, qualche anno dopo, in un contesto
apparentemente diverso, sarà la Canzone del maggio, ispirata
da un canto del maggio francese ad accomunare gli individui
a un unico destino
"…per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti…"
(un verso che compare anche in Nella mia ora di Libertà - Storia
di un impiegato del 1973); si tratta di una canzone di protesta,
liberamente tratta da un canto degli studenti parigini del maggio
'68, quando si registrarono scioperi operai e manifestazioni
studentesche contro il sistema capitalistico, accusato di produrre
sfruttamento e ingiustizie sociali e di manipolare le coscienze
con le verità dei mass-media.
Nella canzone del maggio De André rievoca gli avvenimenti accaduti
e, rivolgendosi a quelli che alla lotta non hanno partecipato,
li accusa e ricorda loro che chiunque - anche chi, in quelle
giornate, si è chiuso in casa per paura, menefreghismo o avversione
- è ugualmente coinvolto negli avvenimenti. Il finale sostiene
che la rivolta, lungi dall'essere esaurita, ci sarà ancora,
ed ancora più forte, in futuro.
Se con l' album Morimmo a stento De André si avvicina in maniera
diretta a Villon, bisogna constatare come già nella sua produzione
iniziale, nel cosiddetto primo periodo, quello più nettamente
"brassensiano", si possono notare riferimenti all'autore medievale,
talvolta mediati dall' influenza osmotica del cantautore di
Sète.
Brassens,
infatti, sposa il ruolo che Villon si era creato nel Medioevo
al punto tale che si può parlare di un incontro tra letteratura,
musica e poesia che lascerà le sue indimenticabili ed indelebili
tracce nell' immensa produzione di Brassens che seppe far proprio
e rivisitare l' autore cinquecentesco. François Villon , poeta
malfattore la cui figura resta avvolta nella leggenda, poeta
della miseria e della carità che da voce agli impiccati, sul
punto di abbandonare la loro esistenza, per implorare i passanti,
i "fratelli umani", perché abbiano misericordia di loro.
Possiamo vedere in Villon una sorta di fratello e guida ispiratrice
di Brassens; troviamo nelle loro opere le stesse tematiche,
la stessa ironia mordente, lo stesso sarcasmo drammatico, gli
stessi valori. Si pensi soltanto al fastidio di Brassens, per
usare un eufemismo, nei confronti della polizia e di tutto ciò
potesse rappresentare il potere costituito.
Villon sbeffeggia continuamente i ricchi e i potenti che opprimevano
il popolo, di cui si fa portavoce nel denunciare le angherie
e i soprusi cui i più umili sono sottoposti. Si pensi poi, al
rapporto tra Brassens e le donne, descritte spesso come tentatrici,
sadiche, spietate nei confronti dei sentimenti e della sensibilità
dell' uomo, al punto che il cantautore francese venne addirittura
tacciato di misoginia. Basta leggere l' opera di Villon per
riscontrare la stessa atmosfera, i due poeti denunciano la stessa
sofferenza causata dalle donne amate.
E tra la villoniana Ballade de la grosse Margot dove il poeta
racconta la sua vita da protettore e amante al tempo stesso
di una prostituta dalla quale viene umiliato e "Le mauvais sujet
repenti" di Brassens sembra esserci un invisibile filo conduttore
che ha resistito al passare dei secoli.
Quello di Brassens nei confronti di Villon è un vero e proprio
culto tanto che arriverà a citarlo espressamente nel testo di
una delle sue canzoni Le Moyenâgeux:
Dopo un abbondante pasto
Mi sarebbe piaciuto, senza alcuna vergogna,
correre dietro una sottana
seguendo i passi di François Villon
dove il cantautore dichiara espressamente la sua passione e
la sua affinità nei confronti del poeta medievale e del Medioevo
in generale.
Si ricordi poi che Brassens ha messo in musica una delle più
belle e conosciute ballate di Villon "La Ballade des dames du
temps jadis" una riflessione su come tutto scorre inesorabilmente,
come la miseria e la gloria scorrono via velocemente allo stesso
modo, una amara ma lucida riflessione sull' universalità della
morte che porta Villon a chiedersi dove siano andati a finire
le grandi donne di un tempo e la risposta che trova e che sono
scomparse come le nevi di un tempo.
Dove sono? Non saranno certo in terre laide
Flora la bella romana, l'etera di Sofocle,
e Taide che fu di lei germana.
Eco che canta se c'è baccanale
vicino a stagni e a rivi,
ch'ebbe bellezza fuori dal normale
ma dove sono le nevi d' un tempo?
Dov'è il senno di Heloise?
Per lei Abelardo ottenne castrazione
E l'ordine di frate a St. Denis.
Per amor suo subì tale sanzione.
Così dov'è la nobildonna
che ordinò con cenni lievi
che Buridano fosse buttato nella Senna
ma dove sono le nevi d' un tempo?
Villon, proveniente da origini molto umili, dimostra come non
fosse necessario essere potente o benestante per essere un artista
geniale; ci ha dimostrato che il mondo dei diseredati, degli
umili, del popolo merita di essere raccontato quanto quello
dei ricchi e dei benpensanti; ci ha dimostrato che la bravura
e la vera originalità di un artista consiste nel saper dipingere
ed esaminare la società con uno sguardo ironico ed amaro, senza
mai smettere di aver fiducia nell'uomo e nella sua capacità
di progresso e sviluppo. E' soprattutto in questo che si ritrova
Brassens; e non è un caso se questi due grandi poeti rappresentarono
il principale punto di riferimento per l' ispirazione di Fabrizio
De André.
Lunga è dunque la serie di riferimenti, diretti o indiretti,
e punti in comune nei quali s' intreccia il sentire comune di
De André con quello di Villon e vengono affrontate tematiche
profondamente insite nel loro intimo come il trascolorare del
tempo e della bellezza, la morte vista come unica forza capace
di appianare le disuguaglianze e le ingiustizie che separano
tragicamente la vita degli uomini, la solitudine, la drammatica
condizione dei poveri e degli emarginati; entrambi capaci di
trattare queste sia con crudezza sia con metafore poetiche,
entrambi dotati di una forza e di un' invettiva mai fine a se
stessa e lontanissimi dalla tentazione di assumere facili ed
ipocrite posizioni unilaterali.
Un tema che troviamo accomunare entrambi è quello dell' inesorabile
trascolorare del tempo, dell'ineluttabile avanzata della vecchiaia
che comporta la perdita della bellezza; in "Valzer per un amore"
del 1964 questa tematica domina l' intera canzone, il tema dell'amore
che va colto "finché è primavera", perché il tempo cambia continuamente
e trascorre veloce e si concretizza nell' invito che l' uomo
fa alla donna perché non aspetti.
Vola il tempo lo sai che vola e va
forse non ce ne accorgiamo
ma più ancora del tempo che non ha età
siamo noi che ce ne andiamo
e per questo ti dico amore amor
io t'attenderò ogni sera
ma tu vieni non aspettare ancor
vieni adesso finché è primavera (De André)
Versi che richiamano inequivocabilmente la Ballata dell' amica
di Villon contenuta nel Testamento dove i contenuti sono veramente
simili.
Per entrambi c'è l'invito a godere, finché è possibile, dei
frutti che la vita offre, senza rimandare fino a quando non
sarà più possibile coglierli.
Bere finché c'è acqua, cogliere il fiore finché è primavera.
Tempo verrà che ben farà appassire,
Seccare, sfiorire il tuo fiore superbo (Villon).
Io sarò vecchio, tu brutta, scolorita,
Bevi a piena gola fino a che c'è acqua;
Non dare a tutti lo stesso dolore:
Senza infierire soccorrere chi soffre (Villon).
Liana Nissim, in un suo saggio contenuto nel libro Accordi eretici,
ha riconosciuto nel Valzer per un amore di De André l' influsso
di Ronsard:
" Non bastano a De André le parole che egli stesso sa inventare
per cantare l'amore incerto, per cantare la donna amante: egli
unisce talvolta le sue parole a quelle dei poeti e canta con
loro l'amore che fugge, il tempo che fugge.
Come non riconoscere nel Valzer per un amore il celebre sonetto
"Quand vous serez bien vieille" contenuto nel libro dei Sonets
pour Helene. Canta De André:
Quando carica d'anni e di castità tra i ricordi e le illusioni
del bel tempo che non ritornerà troverai le mie canzoni
nel sentirle ti meraviglierai che qualcuno abbia lodato
le bellezze che allor più non avrai e che avesti nel tempo passato.
(De André)
E canta Ronsard:
Quando sarete vecchia, seduta accanto al fuoco
a parlare e filare al lume di candela,
direte, cantando i miei versi e meravigliandovi,
Ronsard mi lodava nel tempo in cui ero bella. (Ronsard)
Il sentimento della vita, apprezzata nei suoi valori precari
della giovinezza, della bellezza e dell'amore, induce De André
e induce Ronsard all'invito a godere dell'effimera primavera,
delle effimere rose:
ma tu vieni, non aspettare ancor, vieni adesso finché è primavera
(De André)
Vivete, se volete darmi ascolto, non aspettate domani:
cogliete fin da adesso le rose della vita. (Villon)
Liana Nissim - Fabrizio De André - Accordi eretici - 1997
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