Fabrizio De André era nato a Genova, nel ricco quartiere della Foce il 18 Febbraio del 1940. Figlio della borghesia agiata, è stato uno studente pigro fermatosi a pochi esami dalla laurea in legge, e ha avuto tra gli amici di sempre Paolo Villaggio, Luigi Tenco, Gino Paoli. Fin da adolescente mostra insofferenza verso quella stessa borghesia genovese da cui viene e che, almeno in parte, frequenta. Preferisce infatti frequentare la Genova d'angiporto, quella dei bordelli, dei pittori, dei tiratardi e i circoli anarchici di Genova e Carrara. Alla laurea, come detto, non arriva mai. Non arriva perché allo studio dei codici antepone altre letture, divorando i classici della letteratura russa e francese e poi (soprattutto) i pensatori anarchici: Bakunin, Malatesta, Stirner.

fabrizio de andrè E comincia con una chitarra a raccontare le sue storie e i suoi personaggi che non hanno nulla di convenzionale. Sono emarginati, perdenti, reietti, puttane, drogati che De André nobilita sempre con il filtro della pietà, mentre a sbirri, giudici e preti non risparmia gli strali del sarcasmo corrosivo. Bisogna sottolineare che, in effetti, la frattura con le sue origini familiari, con la cerchia sociale a cui sembrava destinato, era più di natura esistenziale che politica. La sua pigrizia (non per nulla Oblomov era dei uno suoi eroi letterari) e il suo disprezzo per l'efficientismo lo allontanavano da ogni responsabilità di censo, e soprattutto da suo padre, "super" manager di una delle aziende genovesi più importanti nel mondo, padre con cui manterrà sempre un rapporto di odio-amore, rafforzatosi in entrambi i poli - quello negativo e quello positivo - ai tempi del rapimento.

De André si sentiva profondamente mediterraneo, quasi un arabo di Genova, lontanodall'anglofilia di tanta nostra musica, e in quello che ormai é considerato il suo capolavoro ("Creuza de mä", in lingua genovese), era approdato a un mondo sonoro gravido di spazio, di lentezza, di lontananza dalla frenesia malata, ridicola, spietata del nostro tempo. Un mondo sonoro che ritraeva perfettamente il carattere del Mare Nostrum. Ha scritto poco relativamente ai ritmi discografici, moltissimo in rapporto alla propria indole.
La qualità, rarefatta nel tempo (un disco ogni lustro negli ultimi tempi). é sempre rimasta altissima e, cosa rarissima nel mondo dell'arte, ha probabilmente raggiunto i suoi vertici proprio con le opere tarde, soprattutto "Creuza de mä" e "Le nuvole". Ci siamo innamorati dei suoi eroi malvisti, derelitti, risplendenti di solitudine.
E la forza delle sue parole, che rendevano reale la vaga idea che il mondo fosse ingiusto e ottuso, era una ferita, una ferita nell'animo.
Quelle stesse parole erano la conferma dell' intuizione che l'arte e la poesia potessero essere la più radicale delle rivolte.
Intuizione che, con il crescere, diventava un ricordo, quasi un peccato di gioventù, da nascondere conformandosi alle masse. Nei nostri animi si cicatrizzava. Nei nostri, ma non in quello di Fabrizio che continuava, anno dopo anno, disco dopo disco, a diffondere il suo credo fabrizio de andrèanarchico epacifista, a fare nuovi proseliti.

Ma non dobbiamo dimenticare che, nonostante il suo pacifismo (immortale rimarrà l'immagine del soldato, che preferisce morire piuttosto che sparare, nella "Guerra di Piero"), le sue canzoni non erano per nulla incruente. Anzi, erano violente, durissime, facevano male. Il suo pensiero era animoso, duro fino all'acredine nella rappresentazione del potere, fortemente incline all'invettiva. E certamente nessuno dei cantautori italiani (tranne forse, con uno stile molto diverso, il RobertoVecchioni degli anni `70) ha saputo cantare cosi civilmente l'odio per l'inciviltà dei tempi e dell' uomo in generale. Anarchicamente, detestava le maggioranze e la loro forza conformistica, capace di anestetizzare i sentimenti. Ma, invece lasciarsi prendere dalla rabbia e dall'impotenza, lasciava scatenare la sua potenza narrativa, la sua anima poetica.
Un altro, probabilmente, avrebbe finito per cadere nella trappola del terrorismo, bombe vere(come il suo "Bombarolo"). Le sue bombe invece erano canzoni: con esse, faceva esplodere le contraddizioni del proprio tempo, ne metteva a nudo le menzogne e le ipocrisie.

Il linguaggio come arma, quasi sulle tracce di Pasolini. Proprio Villaggio, uno degli amici d'infanzia, lo ricorda in maniera scarna, ma profonda, quasi volesse sottrarsi alla retorica che circonda la morte dei personaggi celebri: "Era intelligente, geniale, allegro, spiritoso, squinternato, un po' vanitoso, snob: non era triste, come voleva l'immagine pubblica che gli avevano dipinto addosso; era un anarchico, grande poeta". Crescendo, l'amicizia d'infanzia s'era consolidata anche in virtù di una comunanza ideale e caratteriale. "Avevamo caratteri simili", prosegue Villaggio, "eravamo tutti e due squinternati,entrambi pecore nere delle rispettive famiglie. Abbiamo cominciato insieme a lavorare facendo intrattenimento sulle navi della Costa Crociere.
Negli anni non abbiamo mai smesso di vederci. "Senza parole sono rimasti i componenti della Premiata Forneria Marconi, che con De André avevano suonato in una celebre, quasi leggendaria, tournée alla fine degli anni `70.

"Una perdita dura, durissima", riesce solo a dire Franz Di Cioccio. "Un grande poeta ci ha lasciato. Siamo tutti più tristi" sono le parole con cui Beppe Carletti, leader dei Nomadi, ricorda De André. "Non conoscevo benissimo De André, ma ho suonato tantissime volte le sue canzoni" spiega Carletti. "Lui era un grande, uno che non metteva mai in fila le cose: quello che aveva da dire lo diceva.
Con Guccini, è stato il più grande della sua generazione". E, per ripetere le parole con cui Michele Serra lo ha ricordato su "Repubblica", "aveva un bellissimo viso da signore, ancora ben intuibile dietro gli sfregi lividi dell'alcol, come in un ritratto di Bacon. Aveva una bellissima voce da uomo, profonda e fedele alle parole che pronunciava, levigata negli anni da un fiume di sigarette. E aveva un bellissimo cuore, il cuore dei grandi poeti, aperto al cielo, alle nuvole, alle donne che amano, ai soldati che muoiono, ai potenti che comprano, ai delinquenti che pagano".

Ma come nasce il cantautore De André? Nel suo apprendistato alla musica, sul versante del jazz, incrocia spesso al Roby Bar (storico luogo di incontro dei giovani musicisti genovesi) Luigi Tenco che suona il sax e al cui gruppo si unisce. Poi passa in una formazione amatoriale di country, decidendosi infine a definire un proprio stile di cantautore scabro, crudo e pungente - ispirato ai transalpini Brassens e Brel - colpendo immediatamente per i suoi toni vocali gravi, melodicissimi. La prima incisione é del `58: il 45 giri "Nuvole barocche", pezzo scritto da altri che passa inosservato. Intanto si sposa e, a soli 23 anni, égià padre di Cristiano.Il brano che gli cambia la vita é "La canzone di Marinella", interpretata da Mina nel `65, che diventa subito un successo. Il debutto come cantautore avviene tre anni più tardi con l'album "Fabrizio De André vol. 1", che già contiene brani destinati a essere classici, come "Bocca di rosa"(ispirata a una figura reale, Maritza, prostituta slava che iniziò al sesso tanti giovani della Genova anni `60), "Via del Campo" e "Preghiera in gennaio", scritta di getto poche ore dopo la morte di Luigi Tenco e a lui dedicata. Oltretutto, prematuramente in parte autobiografica: anche Fabrizio é morto in gennaio, e questa canzone é stata suonata ai suoi funerali.

Il 1969 é l'anno della consacrazione: a ruota escono due album fondamentali, "Tutti morimmo a stento" e "Fabrizio DeAndré vol. 2", che balza subito in vetta alle classifiche e contiene inni epocali, come "La canzone di Marinella", "La guerra di Piero", "Il testamento", mentre in "Tutti morimmo a stento" De André abbandona per la prima volta la forma canzone, per un album a tema con brani di ampio respiro. Nel 1970 De André pubblica nuovamente due dischi, "Volume III" e "La buona novella". Nel primo ripropone la "Canzone di Marinella" (più tardi racconterà che Marinella era una prostituta realmente esistita e trovata morta lungo il fiume Tanaro).
Ne "La buona novella" invece vengono audacemente messi in musica i Vangeli apocrifi, più umani e sensuali di quelli ufficiali. L'album successivo, "Non al denaro, né all'amore, né al cielo", è liberamentefabrizio de andrè ispirato all'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e contiene quello che De André (come confessa il figlio Cristiano) considerava il proprio autoritratto: "Il suonatore Jones". Dell'antologia lo aveva colpito l'idea che in vita, per scelta o per necessità, spesso si deve mentire, mentre la morte libera dalla menzogna, permette di essere sinceri.

Nel 1973 De André realizza il suo disco più apertamente politicizzato, "Storia di unimpiegato", dove racconta l'odissea di un impiegato che, infervorato dal maggio francese, sogna di abbattere il sistema con esiti che sono, al contrario, autodistruttivi. Sulla strada del rinnovamento e del confronto (che lo porterà a diverse collaborazioni con altri artisti), Fabrizio incontra nel suo disco successivo, "Canzoni", Francesco De Gregori, con cui traduce non solo l'amato Brassens, ma anche Leonard Cohen e Bob Dylan. Il disco "Volume VIII", del 1975, cementerà compiutamente la collaborazione tra i due, con brani scritti a quattro mani. Nello stesso 1975, Fabrizio De André, da sempre refrattario ad apparire sul palco (di cui ha terrore), effettua il suo primo tour (a 35 anni!), partendo dalla più impensabile delle sedi: la Bussola,culla del beat e delle canzonette da spiaggia. Si narra che avesse tanta di quella paura del pubblico da costringere il regista Marco Ferreri a tirarlo fuori dal camerino quasi a forza."Da allora, per anni, non riuscii a salire sul palco se prima non avevo ingoiato un litro di whisky, per darmi coraggio", confesserà. Nel 1977 diventa padre per la seconda volta, grazie alla suanuova compagna, Dori Ghezzi.
L'anno dopo pubblica "Rimini". Fa seguito il lungo tour con la Premiata Forneria Marconi, che riaggiorna in chiave rock il suo repertorio. Questo tour verrà immortalato in doppio album dal vivo, il primo in Italia di un cantautore insieme a una rock band .Nello stesso anno, acquista un'azienda agricola in Sardegna. Ed è lì che nel 1979 viene rapito insieme a Dori Ghezzi. Il 28 agosto del 1979. I rapitori volevano portare via solo lui, ma Dori disse"se prendete lui, dovete prendere anche me".
Nascosti tra le montagne sarde, incappucciati o incatenati a un albero, resteranno prigionieri per quattro mesi. Ma Fabrizio troverà, nonostante tutto,la forza di perdonare i suoi sequestratori (non i mandanti), dedicando all'esperienza vissuta una canzone dolorosa e splendida, "Hotel Supramonte", una sorta di esorcismo del male subito. Tale canzone compare nell'album pubblicato nell'81, "Fabrizio De André". Un disco dove l'autorecostruisce un possibile parallelismo tra la cultura degli indiani d'America e quella autoctona del popolo sardo.

Tre anni più tardi, nel 1984, esce "Creuza de mä", un album destinato alla storia, forse il suocapolavoro assoluto. È un viaggio appassionato nella musica mediterranea e genovese in particolare ,dove gli strumenti della tradizione nordafricana, greca, occitana convivono con quelli elettrici in ununiverso poetico di rara intensità. Il disco, interamente cantato in genovese, segna una pietra miliarenella allora nascente world music e viene idolatrato in tutto il mondo, come un caposaldo dellacultura italiana. Nell'album successivo, "Le nuvole", De André si ispira ad Aristofane. E in un brano, l'apocalittico "La Domenica delle salme", esprime il pericolo della normalizzazione d'una società senza più rabbia e ideali. L'ultimo disco di inediti, l'intenso "Anime salve", viene concepito interamente insieme al collega e amico (e, almeno in parte, discepolo) genovese Ivano Fossati. Seguono un doppio disco dal vivo e l'antologia "M' innamoravo di tutto", la prima (e a questo punto ultima) voluta e curata dall'autore stesso. Nel 1997 poi De André esordisce come scrittore.
Scrive, in coppia con Alessandro Gennari, ilromanzo "Un destino ridicolo", che contiene molti spunti autobiografici, svelando il retroterraculturale di Fabrizio nella Genova degli anni `60.
Il libro era destinato a diventare un film con la supervisione dello stesso cantautore. Soddisfazione negatagli dal destino. Critici e letterati si sono spesso sperticati per esaltare le sue doti poetiche, rischiando di far passare in secondo piano (e spesso riuscendoci) il De André musicista. In realtà, di De André, non ci attrae solo quel che dice, ma anche il come lo dice.
La cornice musicale magistralmente usata per far risultare il quadro dei contenuti. Egli usa in maniera sopraffina lo sfondo sonoro, la melodia e il timbro per intensificare o ribaltare il senso di quel che canta. Come l'impianto da rock sinfonico della"Ave Maria" sarda, oppure quando per tratteggiare l'impietoso affresco della "Domenica delleSalme" si serve del malinconico motivo della Barcarola di Ciaikovskij, o quando in "Ottocento" fa ricorso alle suggestioni dell'opera buffa e alla Vienna degli Strauss per accompagnare il suo tragicomico atto d'accusa antiborghese. Per non dimenticare la sua personalissima ma fedele interpretazione dei ritmi musicali popolari del Mediterraneo e del sud del mondo.

fabrizio de andrè Nel suo approccio con i diversi materiali sonori ha sempre dimostrato una sapienza e una consapevolezza dei fini espressivi più da musicista che da cantautore, consapevolezza dimostrata anche dalla scelta dei collaboratori, sempre musicisti e strumentisti di livello assoluto, mai semplici mestieranti. E anche grazie a questa sua continua attenzione alla musica che le sue canzoni di trent'anni fa, riarrangiate di continuo, suonano ancora come nuove.
De André ne aveva dato ancora una volta dimostrazione quest'estate nel suo ultimo concerto romano. De André é stato colui che più di tutti ha dato un senso alla definizione di "canzone d'autore" non tanto (o almeno, non solo) perché ha saputo creare uno stile personalissimo, che ha influenzato generazioni di musicisti e cantanti, quanto perché ha affrontato con una straordinaria coerenza la propria vicenda artistica, senza mai scendere a compromessi con il mercato, le classifiche, le mode, cambiando sempre sé stesso e la propria musica in completa libertà. Il vuoto che ha lasciato non sarà facile da colmare. E non solo perché la sua musica e la sua poesia sono state in pratica 35 anni della colonna sonora della nostra vita, ma perché con lui viene a mancare un punto di riferimento, forse unico, di sicuro insostituibile.

Lui, scontroso, consumato dal fumo e dal whisky, era comunque uno di cui ci si poteva ancora fidare. In una folla soggetta all'imbroglio, anche la presenza di uno solo che non si lasci imbrogliare può fornire già un vantaggio, un appoggio.
E lui, come forse altri suoi colleghi non sono riusciti a fare, é sempre e comunque stato una voce fuori dal coro. Non era un santo, tutt' altro, ma era dotato di invidiabile coerenza, é sempre rimasto sé stesso in mezzo a mondo che perdeva turbinosamente la propria identità. Schivo e silenzioso per natura (e non per scelta pubblicitaria come Lucio Battisti), non é mai stato un personaggio pubblico, avendo sempre accuratamente evitato la mondanità e la televisione, ma facendolo in silenzio, senza provocare scalpore.
fabrizio de andrèNon ha mai fatto la vita della star, ma questo non gli ha risparmiato l'esperienza già citata del rapimento nel 1979. Ma, nonostante l'apparente misantropia, De André non si è in realtà mai isolato, non è mai stato un solitario, anzi ha saputo spesso e volentieri collaborare con altri musicisti e cantautori(Fossati, De Gregori, la PFM tra gli altri), si è circondato del suo pubblico, con il quale ha instaurato un rapporto particolare fatto di fedeltà e di passione, e della sua famiglia, con cui ha fatto musica fino alla fine. Cristiano come musicista ad accompagnarlo, Dori e Luvi come coriste.
Non è mai stato possibile utilizzare le classiche etichette per definire il suo modo di fare musica: persino agli esordi, quando le sue canzoni richiamavano in maniera esplicita gli chansonniers francesi, De André riusciva con il suo modo di cantare, con i suoi testi, con la sagacia delle sue prime semplici prove musicali, ad essere altrove, a non lasciarsi inquadrare nelle definizioni, nelle gabbie dei generi. Di certo è stato un rivoluzionario della canzone, capace per primo di liberare la musica italiana dai pesi della tradizione per affrontare il mare delle novità.
Allo stesso tempo non ha mai dimenticato quella stessa tradizione, ha saputo recuperarne le parti più vive e importanti per farla diventare materiale vivo e pulsante. Non hai mai fatto beat e rock, almeno non nel senso stretto dei termini, mai nostri anni Sessanta e Settanta portano il segno dei suoi testi, delle sue musiche molto più di quanto portino quello delle "rotonde sul mare" o delle scopiazzature da oltre oceano. E nel decennio successivo ha travolto qualsiasi ovvietà e preconcetto musicale, muovendosi con ineffabile leggerezza in scenari diversi e spesso originalissimi. Non era un poeta. Non era un cantautore.
Era entrambe le cose, che in lui diventavano due inscindibili facce della stessa medaglia.
Ha saputo riscoprire il rapporto tra musica e poesia, ha scandagliato la nostra musica popolare e hareinterpretato la musica internazionale, francese e statunitense in particolare, e da ogni cosa che hascoperto, che ha imparato ha saputo trarre una canzone, qualcosa da dividere con gli altri. De André non é mai stato di moda. Infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di De André restano a brillare al sole di oggi come quando sono nate. Insomma, Fabrizio De André ha scritto canzoni uniche e meravigliose, che accompagnano la nostra vita e riescono a farcene vivere qualcun'altra.
Canzoni grandi e piccole, colte e popolari. Canzoni da non dimenticare.

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